Disgrafia e educazione del gesto grafico

Mettiamoci nei panni di un bambino che impara a scrivere: in tutta la sua attività grafica fatta di scarabocchi prima e di disegni poi, fino a sei anni il gesto grafico è libero e disegnare vuol dire giocare. Nessuno gli impone quali colori adoperare, cosa disegnare, né quando, né tanto meno come: nel foglio, il bambino è libero di scrivere dove vuole, in mezzo, in basso, in alto, di uscire fuori dai margini, occupando tutto lo spazio o soltanto un angolino, di disegnare sdraiato sul pavimento, di alzarsi quando si è stancato di lavorare lasciando il disegno incompiuto… Naturalmente all’asilo le cose non sono così semplici come a casa, ma rimane pur sempre un’ampia libertà.

Quando però comincia a frequentare la scuola, la situazione cambia: deve imparare a tenere la penna in un dato modo, a usare quaderni di un certo formato, a scrivere in spazi obbligati, a rimanere seduto per alcune ore, a fare i compiti imposti dai maestri togliendo tempo al gioco, oltre naturalmente al fatto di dover imparare un sistema di simboli (l’alfabeto), un modello calligrafico, di essere leggibile, ordinato, di non fare errori di ortografia e di scrivere velocemente per non rimanere indietro…

Il compito più difficile per un bambino che comincia a scrivere è quello di riprodurre le lettere rispettandone la forma, la dimensione e le proporzioni con una certa precisione così come viene richiesto dalla scuola, mentre quello che dovrebbe essere insegnato è il gesto, il movimento necessario a produrre quella determinata forma. Deve inoltre imparare a controllare la forza, la coordinazione, l’organizzazione dei movimenti, la velocità e il ritmo nello spazio limitato del foglio di carta e in quello ancora più ristretto dei quadretti o delle righe. È vero che durante gli anni della scuola materna il bambino dovrebbe aver sviluppato le competenze di base necessarie all’apprendimento della scrittura, ma non sempre è così, non sempre i bambini raggiungono tutti contemporaneamente lo stesso grado di maturazione. Fortunatamente la maggior parte dei piccoli scolari riesce a superare in breve tempo gli scogli più difficili: progressivamente imparano a controllare lo strumento grafico, il gesto diventa più fermo, e nella loro scrittura diventano capaci di anticipare, di interrompere, di frenare, di riprendere il movimento. Così che alla fine del primo anno di scuola, se un bambino è ben adattato e sereno, il suo tracciato è fluido con gesti sufficientemente curvi, omogenei, elastici.

Quando scrivere diventa un problema

Ci sono però tanti altri bambini per i quali imparare a scrivere rappresenta un grande problema: la scrittura è difficilmente leggibile, molto lenta, ritoccata, tesa e costretta, maldestra, troppo molle o troppo rigida, e comunque al bambino disgrafico non piace affatto scrivere. I motivi possono essere diversi: oltre alle competenze di base acquisite in modo insufficiente, vi possono essere fattori quali l’emotività, la troppa tensione, una difficoltà di adattamento, problemi familiari, dislessia…

Infine, ci sono anche parecchi casi in cui il motivo dipende semplicemente da cattive abitudini mai corrette che nel tempo si trasformano in vero e proprio handicap. Oggi, infatti, i maestri non sono più rigidi e severi come una volta, e questo è ovviamente una buona cosa perché i bambini sono più rilassati e apprendono più volentieri; ma d’altra parte, troppa indulgenza in nome della “espressività” del bambino e il timore di soffocare la sua spontaneità può portare ad altri tipi di problemi: senza regole certe, senza precise istruzioni su come eseguire il tracciato delle lettere, il bambino si arrangia a modo suo e impara dei gesti sbagliati che poi sarà molto difficile correggere una volta diventati automatici.

Nella nostra esperienza di rieducatori della scrittura, abbiamo constatato che non sempre i genitori o i maestri si accorgono subito delle difficoltà grafomotorie dei bambini: la grande libertà che oggi viene loro concessa fa sì che quasi nessuno prenda in dovuta considerazione questo aspetto (“è ancora piccolo, bisogna dargli tempo, l’importante è che non faccia errori di ortografia”) che alla lunga diventerà un vero problema.Non dobbiamo inoltre sottovalutare un’altra cosa: il fatto che, ormai diventati ragazzi, debbano ancora fare attenzione alla forma delle loro lettere, toglie concentrazione al contenuto di quello che stanno scrivendo.

E così, quando finalmente il problema si manifesta, il ragazzo ha ormai finito le elementari e deve affrontare i nuovi compiti della scuola media portandosi sempre dietro le sue difficoltà grafomotorie di base: gli insegnanti devono seguire un’intera classe e svolgere i programmi nei tempi stabiliti, non possono fermarsi per aspettare chi non ce la fa a seguire. I più attenti e coscienziosi convocano i genitori e li mettono a parte del problema del loro figlio, e questi, a loro volta, si rivolgono al rieducatore.

Cosa prova il bambino disgrafico quando arriva in rieducazione

La strada non è affatto facile: nella maggioranza dei casi il ragazzo si limita ad “obbedire” ai genitori e comincia la rieducazione della scrittura annoiato, sfiduciato e intimamente convinto dell’inutilità di quanto sta facendo, ancora troppo piccolo per rendersi conto della necessità di risolvere le sue difficoltà, ma troppo grande per vivere la rieducazione come un gioco e prestarsi allegramente a ripercorrere quei gesti grafici che aveva imparato all’asilo.

La situazione emotiva del bambino o ragazzo disgrafico che arriva in rieducazione è quindi caratterizzata da:

  • senso di fallimento (i suoi compagni scrivono bene e lui no);
  • autovalutazione negativa (non solo legata alla scrittura, ma sulle sue possibilità in generale) e bassa autostima (“non valgo niente”, “non ci riuscirò mai”);
  • aspettative negative (ogni volta che si appresta a scrivere “sa” già che sarà un disastro);
  • grande ansia;
  • scarso impegno (“tanto non sono capace, è troppo difficile, non serve a niente, chi me lo fa fare?”).

Perciò la prima cosa da fare è entrare in empatia con il bambino avviando un buon rapporto di fiducia. Su questo egli potrà cominciare a costruire, a fare piccoli progressi, ma senza una buona relazione di fiducia non sarà possibile fare granché, malgrado tutte le buone intenzioni e indipendentemente dalle capacità del rieducatore. Naturalmente anche il rapporto con i genitori è molto importante: se i genitori non hanno fiducia nel rieducatore, è difficile che il bambino possa averne. Inoltre, anche i genitori hanno bisogno di aiuto: in questa situazione delicata, spesso si sentono in colpa e hanno bisogno di sentirsi rassicurati e sostenuti, mai giudicati!

La rieducazione della scrittura

La rieducazione della scrittura è fondata su tecniche specifiche, basate essenzialmente sulle teorie di J. de Ajuriaguerra e di R. Olivaux, che hanno per obiettivo il recupero delle funzioni della scrittura. 

Stabilito quindi un buon rapporto con il nostro giovane disgrafico, il rieducatore cercherà di capire attraverso una serie di prove se le abilità di base (come per esempio: la motricità globale fine e prassica, lateralità e incrocio del campo visivo, organizzazione spaziale, temporale e ritmica, conoscenza e rappresentazione dello schema corporeo, buona coordinazione occhio-mano, ecc.) sono state correttamente acquisite. Dopodiché potrà cominciare la vera e propria rieducazione che consisterà nel decondizionare i comportamenti precedenti e nel rieducare, appunto, il gesto grafico recuperando il movimento che presiede alla costruzione delle lettere.

Per ottenere questo risultato, bisogna impostare la rieducazione cominciando dalla costruzione di forme prescritturali e non direttamente da quella di lettere e di parole. “Queste forme portano in sé la scrittura, vi si avvicinano molto, ma… non sono la scrittura. Neutre, sprovviste di senso evidente, in un certo senso libere, agiscono un po’ allo stesso modo di un rimedio naturale incorporandosi alla scrittura attraverso il gesto grafico. Il terreno se ne nutre, si modifica discretamente senza che la scrittura stessa sia rimessa in questione. Questo apporto, regolare e a piccole dosi di elementi sani, permette alla scrittura di ricostituirsi in tutta libertà” (R. Olivaux, Pédagogie de l’écriture et graphothérapie, L’Harmattan, 2005, p. 135).

Soltanto quando la riproduzione di tali forme prescritturali semplici e neutre (un insieme di motivi, linee, arabeschi che, grazie alla ripetizione, mira all’automatismo del gesto e alla necessaria coordinazione occhio-mano) verrà eseguita in modo fluido e disteso, potremo finalmente passare all’atto scrittorio vero e proprio.

Ecco per esempio la scrittura di Alessandro, 8 anni, prima e dopo un anno di rieducazione:

Metodi e strategie

La rieducazione della scrittura prevede una serie di attività non scrittografiche che servono a promuovere lo sviluppo percettivo motorio, a conoscere il proprio corpo, a migliorare il senso del ritmo e la lateralizzazione, a favorire la distensione neuro-muscolare e la dissociazione motoria dei vari segmenti del corpo, a favorire la tonicità della mano scrivente, a migliorare la percezione spaziale, ritmica e temporale, la memoria e l’attenzione, la simbolizzazione, a incentivare la scioltezza e la coordinazione motoria.

Contemporaneamente agli esercizi scrittografici, il bambino sarà quindi coinvolto in giochi e attività manuali come ad esempio ritaglio, collage, esercizi di motricità, tecniche di rilassamento, attività pittografiche, forme di pregrafismo, tracciati scivolati, ecc. È importante che gli esercizi siano vari in modo da non annoiare il bambino ma, al contrario, possano stimolare la sua curiosità per la nuova attività che viene di volta in volta proposta; per questo è bene non osservare sempre lo stesso ordine di attività, ma variare in funzione anche dei desideri del bambino il quale può essere anzi invitato a scegliere cosa fare all’interno del ventaglio delle possibilità, in modo da essere attore consapevole e non passivo esecutore di ordini.

Il rieducatore ha il dovere di rispettare la scrittura dei bambini disgrafici perché esprime la loro personalità. È quindi profondamente sbagliato costringere il bambino a scrivere in un determinato modo: “Rispettare l’altro implica rispettare la sua scrittura. Rispettare la scrittura significa non influenzarla e non volerla dirigere nel senso che a noi sembra il migliore, ma aiutarla a ritrovare il proprio senso: non bisogna confondere addestramento e educazione: la scrittura non è soltanto un gesto. Questo è il motivo per cui il rieducatore non interviene direttamente sulla scrittura: durante tutta la rieducazione, la scrittura è per lui la testimonianza del lavoro svolto” (R. Olivaux, Pédagogie de l’écriture et graphothérapie, L’Harmattan, 2005, p. 131)

È necessario, invece, capire quali siano gli elementi da valorizzare presenti nella scrittura (per es. il tratto, la pressione, l’organizzazione spaziale, ecc.) e cominciare a lavorare partendo proprio da questi.

Conclusioni

È molto importante che i bambini ritrovino al più presto il piacere di scrivere, perché nella produzione di un testo scritto anche gli aspetti grafo-motori hanno correlati cognitivi e interagiscono con i processi cognitivi superiori: scrivere a mano è un modo per riflettere, strutturare il pensiero, organizzarlo in modo consequenziale e analitico. “L’evoluzione della scrittura implica l’organizzazione motoria, l’organizzazione dell’attività simbolica e gestuale, la conoscenza del valore simbolico dell’atto grafico.” (J. de Ajuriaguerra, Manuale di psichiatria del bambino, Masson 1979, p. 291).

In Italia c’è oggi molta attenzione al problema della disgrafia: le scuole di grafologia propongono corsi ben strutturati e articolati per diventare rieducatori della scrittura, dislocati in varie città della penisola, ed esiste anche una discreta bibliografia sul tema.