Storia della grafologia

La grafologia (da γραϕειν = scrivere e λογοσ = scienza, studio), tecnica di studio del carattere a partire dalla scrittura manoscritta, nasce e si consolida tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Il mistero di questa forma di espressione: riuscire a decodificare la “musica” di quei segni che sono le parole e interpretare così la natura intima di chi le ha scritte, ha suscitato curiosità e interesse nel corso dei secoli passati ed è all’origine della nascita della grafologia. Vediamone una breve rassegna.

Già Aristotele afferma: “Così come gli uomini non hanno lo stesso suono della voce, così essi non hanno la stessa scrittura”. E Confucio: "La scrittura può mostrare in modo infallibile se proviene da una persona nobile di spirito o da una persona volgare”. Svetonio, biografo di Augusto, mette in correlazione alcuni tratti del carattere dell’imperatore con certe particolarità della sua scrittura. 

Nel XVI secolo Cervantes scrive che “la pluma es la lengua del alma”. Anche Shakespeare fa spesso considerazioni sul rapporto del carattere di un individuo con la scrittura e per esempio, nella commedia I due gentiluomini di Verona (Atto I, scena III) fa dire ad uno dei suoi personaggi: “Ecco la sua scrittura, ambasciatrice del suo cuore”. Nel 1622 Camillo Baldi. professore di filosofia all’Università di Padova, pubblica un trattato su “Come da una lettera missiva si conoscano la natura e le qualità dello scrittore”. J. Kaspar Lavater, filosofo e teologo svizzero, partecipa attivamente alla vita culturale del Settecento. Famosi sono i suoi studi sulla fisiognomica: in uno dei suoi Physiognomonische Fragmente dedica un capitolo alle regole per l’interpretazione dei segni forniti dalla scrittura, rilevando una “analogia ammirevole tra il linguaggio, il modo di camminare e la scrittura”. Si tratta però di regole enunciate aprioristicamente e senza alcun ordine.

 Maggiore importanza per lo sviluppo della grafologia ha un opuscolo del belga Edouard Hocquart che nel 1812 pubblica a Parigi in forma anonima “L’arte di giudicare il carattere degli uomini e delle donne in base alla loro scrittura”: in esso, per la prima volta, si cerca di dare basi sperimentali alla grafologia. Nel 1875 viene pubblicata in Inghilterra una raccolta di scritti di Hocquart e Lavater dal titolo “L’arte di giudicare il carattere dell’individuo dalla scrittura e dallo stile”.

Anche scrittori di grande calibro si appassionano all’osservazione della scrittura; lo stesso Goethe, collezionista di autografi, nota con stupore e profondo interesse la grande varietà di scritture che compaiono all’interno delle firme: “Non si può dubitare - scrive - che la scrittura abbia dei rapporti con il carattere e l’intelligenza umana, e che possa dare almeno un indizio del modo di intendere e di operare: bisogna pure riconoscerle un legame con tutta la personalità”. Tanto che nelle Affinità elettive si servirà proprio dell’osservazione della scrittura come mezzo per rivelare al lettore la piena sintonia tra i due personaggi, Ottilia ed Edoardo. Nel passaggio che segue, Ottilia deve ricopiare dei documenti scritti da Edoardo: da principio la sua grafia è accurata ma impersonale; poi però diventa via via “più rapida e sciolta” assomigliando sempre di più a quella di Edoardo il quale, osservando le ultime pagine scritte dalla ragazza, esclama: “Santo cielo […] ‘Ma cos’è, questa è la mia scrittura!’ […] i fogli, in fondo specialmente, era come li avesse scritti lui. Ottilia taceva, ma lo fissava negli occhi, piena di gioia. Edoardo alzò le braccia: ‘Tu mi ami!’ proruppe, ‘Tu mi ami, Ottilia!’. E s’abbracciarono” (W. Goethe, Le affinità elettive, Garzanti, 1975, p. 95).

Durante il XIX secolo, quando gli scambi di lettere diventano più frequenti, osservare le scritture cercando di indovinare dall’indirizzo sulla busta l’autore della missiva è un gioco che coinvolge numerosi scrittori dell’epoca: Balzac, Baudelaire, Poe, Musset, Fogazzaro e George Sand - notando la grandissima varietà delle scritture con cui sono vergate le lettere - riconoscono che esiste una relazione tra carattere di un individuo e il suo modo di scrivere. Ad esempio, nel 1829 Walter Scott scrive: "Quella scrittura piccola, precisa ma stretta e sofferta, faceva pensare ad un uomo onesto, controllato nelle passioni e, per usare la sua stessa frase, integro di vita, ma rivelava contemporaneamente una persona spiritualmente limitata, con pregiudizi radicati e suggeriva pure una certa intolleranza non naturale in lui, ma determinata dalla limitata istruzione…. Inoltre le maiuscole infiorate, che ornavano l'inizio di ogni paragrafo, non esprimevano forse un forte orgoglio e il senso d'importanza con cui l'autore si era assunto e svolgeva il suo compito? Mi persuasi che il tutto costituiva un ritratto veramente completo della persona…" ( da W. Scott, Anne of Geierstein, 1829)

 Prudhommeritratto Prudhommefirma

Tuttavia, per quanto fossero attenti e acuti osservatori - come possiamo vedere dal brano sopra citato - questa curiosità e interesse per la scrittura non va molto al di là di un artificio letterario: alcuni scrittori si ingegnano addirittura ad inventare la scrittura dei loro personaggi. Henri Monnier, drammaturgo e illustratore francese dell'Ottocento, disegna una serie di litografie che rappresentano i personaggi tipici della società francese della sua epoca: la lavandaia, la sartina, il medico, il cavadenti… Tra questi, il più famoso è M. Prudhomme, che rappresenta il borghese parigino vanitoso, borioso, pretenzioso. Crépieux-Jamin, inventore della moderna grafologia, commenta così la scrittura inventata di Prudhomme:“Con le sue volute, arrotolamenti, gonfiori, questa scrittura corrisponde alla scrittura complicata del vanitoso (…) riproduce i tracciati esageratamente movimentati, complicati e pomposi che suggeriscono l’orgoglio e la stupidaggine.

GobsekQuasi certamente influenzato dal suo contemporaneo Monnier, anche Honoré de Balzac inventa per uno dei suoi personaggi, l’usuraio Gobsek, una firma che commenta con questa parole: “Il Segretario Generale fremette nel riconoscere la firma che sarebbe stato un peccato non mostrare perché è rara e preziosa per tutti quelli che proprio dalla firma cercano di indovinare il carattere delle persone. Se mai possa esistere un'immagine geroglifica capace di rappresentare un animale, sicuramente è quella di questo nome in cui l’iniziale e la finale raffigurano una vorace gola di pescecane, insaziabile, sempre aperta, pronta a divorare tutto, il forte e il debole. Sarebbe stato impossibile stampare la scrittura, troppo sottile, troppo piccola e serrata benché nitida: ma possiamo immaginarla…” (H. de Balzac, La Comédie Humaine, Gobseck, 1830). Ed ecco ancora il commento di Crépieux-Jamin: “I gonfiori spropositati e la sopraelevazione (da mettere in confronto con la piccola dimensione della scrittura segnalata da Balzac) esprimono a gran voce la volontà di potenza e la fame di piacere, le straordinarie tacche finali evocano il sadismo. Le lettere che seguono l’iniziale, tracciate con precisione, chiarezza e accuratezza (sappiamo che la scrittura è piccola e nitida), ma disuguali di dimensione e di inclinazione, evocano l’intelligenza metodica e anche sensibilità. Il disegno d’insieme della firma – ovale chiuso tranne la piccola apertura a destra tra le terribile pinze – esprime magnificamente quello che Balzac ha voluto rappresentare: l’uomo rinchiuso in se stesso, che calcola le sue mosse, ‘che si avvinghia e divora’ tutto quello che trova."

 Per finire, citiamo ancora Stefan Zweig che scrive: “La scrittura rivela l’uomo se vuole e anche se non vuole. È unica, come lui”. Thomas Mann nei Buddembrock, per dimostrare l’estraneità di uno dei personaggi - Gotthold - all’insieme di norme e di comportamenti che regolano la vita degli altri membri della famiglia, scrive: “persino la scrittura pareva rivelasse la ribellione e l’apostasia, poiché, mentre di solito le righe dei Buddenbrook attraversavano il foglio minute, leggere e oblique, quelle lettere erano invece alte, verticali e fortemente calcate; molte parole erano sottolineate con un frego rapido e curvo” (T. Mann, I Buddenbrock, Mondadori, 1975, p. 27).

Si tratta tuttavia di una fioritura piuttosto diffusa ma senza regole e leggi, sbocciata dalla fantasia di ciascuno, ma nella maggioranza dei casi destinata a non avere seguito.

Book

Negli ultimi due secoli la grafologia vede invece fiorire varie scuole e metodi diversi, soprattutto in Italia, Germania, Svizzera e Francia, che segnano la nascita di una vera disciplina: la grafologia. Scrive J.C. Gille-Maisani nella sua prefazione all’edizione francese del libro Grafologia. Testo teorico pratico di Torbidoni-Zanin: “In grafologia, come avviene nelle altre scienze umane, le scuole si completano, dato che nessuna può pretendere di possedere tutta la verità”. In Francia, con l’abate Michon e in seguito con il suo allievo Jules Crépieux-Jamin, nasce la grafologia francese con impostazione più gestaltica e psicodinamica, in Italia padre Girolamo Moretti crea il proprio originale metodo di impostazione più scientifica, in Germania la contrapposizione tra anima e spirito è alla base del pensiero di Klages e del suo Forminiveau, in Svizzera la simbologia dello spazio viene applicata da Pulver in campo grafologico e viene totalmente integrata dalla scuola grafologica francese. Nella breve descrizione che segue, diamo un rapidissimo sguardo alle varie scuole invitando, per una conoscenza più approfondita, a collegarsi ai siti ARIGRAF e AGIF per il metodo francese e al sito AGI per il metodo morettiano, oltre che a rimandare alla lettura dei testi base che si trova sotto la voce Bibliografia.

La scuola francese

MichonJ. H. Michon (1806-1881), teologo profondo ed erudito, entra nell’ordine religioso a 24 anni. Mentre era direttore di un istituto religioso che preparava gli allievi alle Scuole Navali e al Politecnico, conosce uno dei professori di questo istituto, l’abate Flandrin: influenzato dalla lettura di Hocquart e Lavater, Flandrin aveva trovato nella scrittura dei suoi allievi un materiale di lavoro assolutamente unico che gli permetteva di formulare interessanti osservazioni sul carattere dei giovani alunni. Flandrin seppe trasmettere a Michon una vera passione per questa tecnica, tanto che quest’ultimo passerà tutta la vita a osservare i segni e ad elaborare delle corrispondenze nel tentativo di creare un sistema coerente. Nel 1875 Michon scrive il suo “Système de graphologie: l’art de connaître les hommes d’après leur écriture”: sulla base di una classificazione psicologica ispirata a quella di Linneo per la storia naturale, redige un inventario minuzioso in cui distingue 98 gruppi di segni con 360 sfumature, affermando che il movimento grafico è talmente “mescolato all’espressione del pensiero, che le lettere diventano, sotto la penna, dei suoni fissati dallo sguardo”. Il suo sistema si basa però sulla cosiddetta teoria dei 'segni fissi', secondo la quale ci sarebbe un unico segno per ogni tratto del carattere e viceversa. Michon ha dato un grande impulso alla grafologia con idee particolarmente creative di cui oggi riconosciamo la modernità, anche se il suo errore è stato quello di credere all’univocità del segno, credere cioè che a segno uguale corrispondesse sempre una caratteristica uguale.

CrepieuxJ. Crépieux-Jamin (1858-1940), allievo di Michon, approfondisce e perfeziona il lavoro del maestro: partendo dall’idea che la parola non sia l’unico mezzo attraverso il quale l’individuo possa manifestare il suo pensiero, afferma che i diversi movimenti che l’uomo esegue con il corpo costituiscono un linguaggio d’azione che possiamo ritrovare nel gesto grafico. Ma la vera novità per cui Crépieux-Jamin si differenzia da Michon è che ogni specie non ha un solo significato, ma significati diversi e talvolta persino opposti. Il suo merito è stato dunque quello di interpretare non i singoli segni isolatamente, ma le caratteristiche d’insieme della scrittura: influenzato dalla teoria della Gestalt degli inizi del XX secolo, nasce con lui il concetto di 'ambiente grafico' per cui l’interpretazione di un segno dipende dall’insieme della scrittura in cui si trova, e l’abilità del grafologo sta nel saper scegliere tra più significati quello giusto. Per valutare l’ambiente grafico bisogna prendere in considerazione: il grado di evoluzione della scrittura, il grado di armonia della scrittura, la qualità del tratto, il rapporto forma-movimento, il ritmo. Nel suo “ABC de la graphologie” (1930) Crépieux-Jamin elenca 175 specie grafiche raggruppate sotto 8 generi fondamentali: impostazione, dimensione, pressione, direzione, inclinazione, velocità, continuità e forma che rimangono ancora oggi i pilastri del metodo francese.

La scuola tedesca

I grafologi tedeschi con Klages e i suoi successori si interessano all’espressività del gesto grafico e al ritmo della scrittura come espressione della vita.

KlagesL. Klages (1873-1956), chimico, filosofo e psicologo affascinato dal pensiero di Bachofen e di Nietzche, basa lo studio della scrittura sull’antitesi tra Apollo (serena compostezza) e Dioniso (elementi tragici, liberatori, irrazionali). Allo stesso modo nel carattere distingue l’anima (istintualità, libertà, intuizione, vitalità) dallo spirito (forza razionale di regolazione, resistenza e costrizione), e basa le differenze di temperamento e di scrittura sulla diversa “quantità” di anima e di spirito presenti in ciascuno. In contrapposizione all’armonia di Crepieux-Jamin, considerata apogeo delle forze regolatrici dello spirito, Klages valorizza quindi nella scrittura la vita, la spontaneità, l’originalità: nasce il concetto di Formniveau, cioè “livello vitale”, graduato da 1 (livello + alto) a 5 (livello + basso). Alla base del Formniveau sta il concetto di ritmo che - scrive Paola Urbani “si identifica con la forza vitale stessa, con il respiro della scrittura in quanto in essa c’è vita. Scaturisce dalla lotta sempre rinnovata, e con alterni vincitori, fra gli impulsi e le regole, fra l’aspirazione alla libertà e la presenza inevitabile di costrizioni, e si riconosce nelle ineguaglianze che periodicamente ritornano a rendere la scrittura simile a se stessa e nello stesso tempo sempre diversa. Come le onde del mare, secondo il paragone caro a Klages, come un paesaggio in cui monti e valli si alternano.” (P. Urbani, Manuale di grafologia, Tascabili Newton, 1997, p. 26). Piccole vibranti disuguaglianze, ritorno periodico di fenomeni analoghi ma mai identici, il ritmo si oppone alla cadenza e alla monotonia che ritaglia tempi e spazi sempre uguali e impone la legge dello spirito, mentre il ritmo si libera dai vincoli costrittivi lasciando che lo slancio profondo dell’anima si sprigioni e che la pienezza vitale si manifesti. Klages intende individuare nei vari movimenti della grafia quelli che sono l’espressione dell’anima per distinguerli da quelli che provengono dalla costrizione che lo spirito tende a farle subire. La scrittura è dunque espressiva quando si presenta con spontaneità e naturalezza ed esprime le emozioni e le sensazioni del soggetto (prevale il principio di espressione); ma è anche impressiva quando intenzionalmente attiva processi e movimenti volontari e consapevoli. In questo caso prevale il principio di rappresentazione, in cui la relazione della personalità non è diretta, ma passa attraverso l’immagine anticipatrice o direttrice (Leitbild): cioè, l’attesa consapevole o meno di un certo risultato grafico, porta a modellare la scrittura in funzione dell’immagine di noi che vogliamo trasmettere agli altri, e la volontà di fornire una certa immagine di sé è prioritaria rispetto alla spontaneità del gesto che viene frenata.

HeissR. Heiss (1903-1974), professore di psicologia e grafologia all’Università di Friburgo, riprende il concetto di ritmo e lo applica a 3 aspetti fondamentali della grafia: movimento, spazio e forma. - L’aspetto del movimento si rapporta alla dimensione più fisiologica dell'essere. È l’elemento puramente espressivo della scrittura nel senso che non c’è il desiderio di rappresentazione. Il 'ritmo di movimento' in una scrittura “informa sulla struttura profonda della personalità, con le sue pulsioni, i suoi riflessi inconsci, il flusso delle emozioni non controllate dalla volontà” (N. Boille, Il gesto grafico, gesto creativo, Borla, 1998, p. 64). L’aspetto spaziale è invece già influenzato dal contatto con l’ambiente: 'ritmo di strutturazione dello spazio', cioè il modo di inserire il testo all’interno della pagina, simbolizza la maniera in cui il soggetto si situa nello spazio fisico e sociale. L’aspetto forma infine, rappresenta la realizzazione dell’immagine interiore che, fin dall’inizio, presiede all’esecuzione del tracciato. Nel 'ritmo di strutturazione della forma' si trovano riunite le diverse modalità di interpretazione e integrazione delle esperienze vissute permettendo così l’incontro tra il volere (immagine direttrice) e potere (il potenziale vitale che il movimento mette a servizio di questa immagine.

PophalR. Pophal (1893-1966), neurologo, psichiatra e grafologo allievo di Klages, ha creato un sistema grafologico autonomo che si basa sull’interpretazione fisiologica della scrittura, e in particolare sul principio che a ogni tensione muscolare corrisponde una tensione psicologica. Il punto centrale della teoria di Pophal è la distinzione che egli pone tra la “tensione” prodotta dalla pressione, e quella che deriva dal processo di irrigidimento: ambedue rappresentano stati di tensione, ma lo sforzo volontario che esprimono si orienta in modo diverso. Nella pressione l’orientamento dello sforzo è verso l’esterno, il mondo (la pressione si manifesta contro il foglio e l’ostacolo è dunque esterno); invece nell’irrigidimento l’orientamento dello sforzo è verso l’interno: è una resistenza che viene imposta a se stessi, quindi interno a noi e non causato dall’ostacolo del foglio. Pophal classifica la tensione con 5 gradi crescenti che ci informano sull’adattamento alla realtà da parte del soggetto: dal rilasciamento (mancanza di resistenza e di freno) all’eccesso di tensione (inflessibilità della mente chiusa nell’inibizione, fino all’incoerenza dell’adattamento). Nel giusto mezzo sta l’equilibrio tra tensione e distensione del gesto grafico, espressione di autocontrollo, di maturità, di senso di responsabilità.

WieserR. Wieser (1894-1986) è stata allieva di Klages e ha continuato e approfondito le ricerche del maestro sul ritmo nella scrittura. Figlia di un direttore di penitenziario, la Wieser ha messo a confronto le scritture di 700 criminali con quelle di 200 non-criminali e ha potuto osservare che le scritture dei criminali presentavano tutte una mancanza di elasticità: troppo molli o troppo rigide, o la brusca alternanza di molle e rigido. Il 'ritmo di base' o 'Grundrhithmus', è quello che dà elasticità al tratto. Per valutarlo, la Wieser ha creato una scala di 9 gradi che va da un eccesso di mollezza a un eccesso di rigidità. La zona centrale (1-2) della scala, compresa tra il tratto flessibile e morbido e il tratto fermo e teso, è quella che corrisponde al ritmo di base forte: “L’Io è consapevole di se stesso, ma supera il proprio egoismo ponendosi come un Io tra altri Io. Il giudizio supera l’interesse egoistico. Vi è un costante adattamento all’altro, rispetto dell’altro, rispetto di se stessi. Viene mantenuto l’equilibrio tra individualismo e oblatività.” (F. Lefebure, Le trait en graphologie, L’Harmattan, 2006)

La scuola svizzera

I grafologi svizzeri con Pulver si interessano all’attività simbolica della scrittura, rivelata dalla disposizione spaziale. 

PulverM. Pulver (1889-1952) psicologo e filosofo, docente di grafologia all’università di Zurigo, con i suoi lavori ha determinato una rivoluzione nei concetti base della grafologia. Il suo sistema “Simbologia della scrittura” (1931) si basa essenzialmente sul valore simbolico da lui attribuito allo spazio grafico attraversato dal tracciato della scrittura (simbolismo dello spazio grafico) considerata a sua volta un simbolo sia della vita interiore del soggetto che della sua relazione con il Tu (scrittura = disegno inconscio della psiche): con il concetto di simbolo e quello di ambivalenza, la psicoanalisi entra nella grafologia. Il rigo di base sul quale si appoggia e si muove lo strumento grafico, è simbolicamente simile all’orizzonte che separa il visibile e l’invisibile, il reale e l’immaginario, il conscio e l’inconscio, l’alto (intellettualità, sentimenti spirituali, etico-religiosi, ma anche orgoglio o esaltazione psichica) dal basso (istinti, materia, ma anche approfondimento, sogni, simboli collettivi, serbatoio della libido). Il punto di incrocio della linea verticale con quella orizzontale, la zona media, rappresenta l’Io (vita interiore cosciente, sensibilità, egoismo-altruismo). Dall’Io la scrittura si muove verso destra in un movimento di estroversione verso il Tu, verso cui è diretta la comunicazione, spostandosi dalla sinistra (madre, dipendenza, passato, origine) verso la destra (padre, futuro, avvenire, realizzazione). A queste cinque zone possiamo aggiungerne altre due, delimitate dalla carta: quella che si trova dietro la scrittura - che rappresenta la vita esteriore - sulla quale scrivendo noi reagiamo, considerandola per esempio come più o meno ostile e calcando con maggiore o minore forza per vincere questa resistenza; e quella che si trova davanti - e che rappresenta la vita interiore - in cui ci muoviamo senza entrare in contatto con la vita esteriore. Proprio come gli individui i quali, per il fatto stesso di esistere, sono necessariamente influenzati dalle proprie origini, aspirazioni e zone di interesse, così le loro scritture sono rappresentate in tutte le zone del loro campo e ci permettono di vedere in che modo si comportano i loro autori.

La scuola italiana

MorettiG. Moretti (1879-1963), frate francescano, è il fondatore della scuola grafologica italiana e la creazione del suo originale metodo è frutto di cinquant’anni di osservazioni e studi su migliaia di scritture e di attività sia divulgative che scientifiche. “Il metodo Moretti - scrive Nicole Boille - inquadra diversi aspetti della personalità ravvisando nel segno grafico, e soprattutto nelle sue combinazioni, la proiezione somatica, la valenza psichica, le risultanti comportamentali, fino alla sintesi della personalità individuale, rifuggendo da mere classificazioni”… “Le sue brillanti intuizioni, in opere successive, furono sottoposte a sperimentazioni continue fino ad approdare ad un assetto scientifico come la misurazione quantitativa in decimi di ogni segno grafico” (N. Boille, Il gesto grafico, gesto creativo, Borla, 1998, p. 64). 

Nel suo Trattato di grafologia (2002 – prima edizione 1914) Moretti classifica i segni grafologici precisandone l’intensità e la forza espressiva in una scala di misurazione che va da 0 (assenza assoluta) a 10/10 (massima intensità). I successori di Moretti hanno sistematizzato i segni in 13 categorie. La categoria fondamentale da cui si sviluppa la semeiotica morettiana è Curva - Angolosa, i cui segni corrispondono a due atteggiamenti di base dell’individuo: estroversione e conservazione-affermazione dell'Io, espressi appunto nei movimenti grafici generali curvo e angoloso. Questi due movimenti interagiscono nella scrittura e denotano il modo in cui le tendenze conservative si modellano con quelle estroversive (F. Giacometti, Scrittura, 54/55, 1985, p. 95-97). Gli aspetti fondamentali di ogni scrittura sono il gesto grafico, che caratterizza lo scrivente in quanto movimento specifico e singolare e il gesto fuggitivo, espressione degli atteggiamenti individuali che sfuggono al controllo cosciente. I segni (oltre 86) si suddividono in sostanziali, modificanti e accidentali. Ai segni sostanziali corrispondono le caratteristiche intellettive o psichiche fondamentali della persona, mentre i segni modificanti, pur svolgendo un'azione subordinata a quella dei primi, non sono passivi nei loro confronti poiché ne orientano le manifestazioni specifiche, precisando il modo in cui queste si concretizzano; i segni accidentali sono quelli che indicano gli aspetti secondari, le sfumature espressive della persona elaborate a partire dalla struttura di base.

Come nel metodo francese i segni grafologici sono visti non come qualcosa di fisso e di isolato, ma interagenti in una funzione di contrasto o di armonizzazione, alcuni come fautori (aumentano il valore del segno), altri come contrari (diminuiscono il valore del segno), altri infine sono indifferenti, cioè autonomi l’uno nei confronti dell’altro. Il significato di ciascun segno va sempre inquadrato nel contesto grafico a cui appartengono. “La valutazione dei diversi indici grafici con una quantificazione espressa in decimi, la cui intensità si rapporta a precise proprietà psicologiche ed origina una gamma di combinazioni, quindi un numero infinito di variazioni, consente di pervenire a tutte le possibili individuazioni degli esseri umani e delle loro scritture: in questo risiede la ricchezza e l’originalità dell’impostazione” (I. Conficoni, Leggere tra le righe, EDB, 2001, p. 21).

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Durante tutto il Novecento molti scrittori ricorrono a considerazioni sulla grafia dei propri personaggi per alludere alla loro costituzione psichica. Tra questi ricordiamo Otto Ludwig, Wilkie Collins, Lev Tolstoj, Antonio Fogazzaro, Robert Walser, Pelham Grenville Wodehouse, per finire ai nostri giorni dove la scrittura manoscritta ha un ruolo da protagonista anche nel cinema: per esempio Il grafologo (2002) e Beloved Sisters (2014). Nella letteratura, invece, citiamo due scrittori italiani: Roberto Cotroneo e Sandro Veronesi. Nel suo Presto con fuoco (Mondadori, 1995), Cotroneo racconta di un celebre pianista alla ricerca della quarta Ballata di Chopin: nella bellissima descrizione del miracoloso ritrovamento di quei fogli di musica, le note sono una vera e propria “calligrafia delle passioni”. Da romanzo Gli sfiorati (Bompiani, 2007) di Sandro Veronesi (guarda caso, nipote di Girolamo Moretti), è stato anche tratto un film nel 2012: la vicenda ruota intorno al personaggio di Mete, un giovane grafologo affascinato dalla psicologia nascosta nelle pieghe della scrittura, il quale - prima ancora di conoscere bene le persone che incontra - immagina il loro carattere osservandone la grafia. Concludiamo la nostra carrellata sulla letteratura con un divertente aforisma dell’umorista americano Evar Esar "Una firma rivela sempre il carattere di un uomo, e qualche volta anche il suo nome".

A partire dalla seconda metà del Novecento la grafologia, attività culturale all’origine, ha conosciuto un considerevole sviluppo.

Con A. Teillard, psicoanalista e grafologa tedesca, discepola di Jung e di Klages, la psicologia del profondo (“L’âme et l’écriture”, 1948) entra nella grafologia attraverso la nozione di inconscio collettivo e quella di inconscio personale, ricollegando il gesto grafico alle sue origini primitive. È a lei che dobbiamo le correlazioni grafologiche delle tipologie junghiane, la determinazione di numerosi aspetti grafici in rapporto ai complessi, alle nevrosi e alle psicosi, all’estroversione e introversione.

W. Hegar, nel suo libro “Graphologie par le trait” (1938), ha sviluppato un interessantissimo metodo di osservazione del tratto, ossia la sua trama (colata di inchiostro: fitta, densa o alleggerita, smaterializzata), la struttura dei bordi (nitida o pastosa), il suo appoggio (leggera o calcata), l’appoggio sulla linea di base, attacchi e finali curvi o dritti (curvilineità o rettilineità), il suo movimento (rapido o lento). “Si può dire che Hegar, attraverso sedici tipi di tratti, definisce i rapporti tra energia, decisione, principi morali da una parte, e sensibilità, mondo dei sensi, immaginazione dall’altra. La coincidenza di elementi ‘attivi’ porta verso l’energia e l’attività - se ambedue rigide, fino alla freddezza e alla insensibilità - mentre il cumulo di elementi ‘passivi’ favorisce l’impressionabilità dei sensi, l’immaginazione fino alla mitomania e all’ansia.” (N. Boille, Il gesto grafico, gesto creativo, Borla, 1998, p. 88).

H. de Gobineau è stata la prima grafologa ad intraprendere in Francia (1952) ricerche statistiche sulla genesi della scrittura ossia come evolve la scrittura dalle “componenti infantili” fino alla scrittura adulta (il suo lavoro è stato poi ripreso e perfezionato da Ajuriaguerra che ha messo a punto la scala E per valutare l'età grafomotoria del bambino e capire se presenta ritardo o anticipo). Ha inoltre studiato il movimento dal punto di vista della sua progressione: l’animazione di qualunque grado esso sia, è sinonimo di vita, è successione e diversità che favorisce l’evoluzione passando attraverso l’adattamento. Ciò presuppone il desiderio di porsi avanti e la forza per farlo, permettendo così l’emergere di modalità espressive più complete e differenti.

W. Müller e A. Eskat nella loro Graphologische Diagnostik del 1961 (Diagnostica grafologica, ed Messaggero, 1995) riprendono il concetto di ritmo suddividendolo in ritmo di movimento (che si manifesta nell’alternanza del tratto calcato e leggero e corrisponde alla vita pulsionale), ritmo di forma (che si manifesta nell’alternanza dei tratti dritti e curvi ed esprime il rapporto tra il modo di essere intimo e quello sociale) e il ritmo di spazio (che si manifesta nell’equilibrata alternanza di spazi bianchi e masse grafiche e indica capacità di organizzazione). I fattori su cui hanno basato il loro lavoro sono l’originalità (intesa come personalizzazione rispetto al modello scolastico), il grado di tensione, l’omogeneità e il rapporto forma-movimento che oggi costituiscono parametri molto importanti per il metodo francese.

H. Saint Morand (Lise Koechlin) ha applicato la teoria archetipica dei miti alla tecnica grafologica, mostrando come la grafologia - attraverso la tipologia mitologica - riesca a definire profili psicologici ancorati nel nostro passato culturale e sempre attuali. Il metodo Saint Morand si ispira ad archetipi, a miti che in ogni epoca hanno ispirato poeti, artisti, filosofi e psicologi perché la mitologia esprime verità umane profonde, eternamente valide. Nel libro La grafologia e il metodo Saint Morand (Epsylon, 2011) una sua allieva, H. de Maublanc, espone il metodo che descrive otto tipi mitologici: Luna, Venere, Giove, Sole, Marte, Mercurio, Saturno, Terra in base alle caratteristiche tecniche grafologiche (spazio, movimento, forma, tratto, tensione, dimensione direzione, velocità, continuità e temperamento ippocratico), ma anche attraverso le caratteristiche psicologiche proprie di ogni tipo con sindromi riferite all’intelligenza, l’attività e l’affettività.

Questi che abbiamo brevemente citato sono i grafologi di ieri che, diversi per formazione e paese di provenienza, con le loro ricerche di una vita hanno permesso l’elaborazione della grafologia come scienza umana. Dai loro studi hanno attinto i tanti studiosi che oggi attivamente continuano a lavorare in questo campo: con il contributo della psicologia, della medicina, della psicoanalisi e della sociologia, essi hanno reso possibile in tempi più recenti l’ampliarsi del campo d’indagine grafologica, dall’originale studio del carattere alla grafometria, alla selezione professionale, alla perizia giudiziaria e alla grafologia del bambino e dell'adolescente, con un'attenzione particolare alla rieducazione della scrittura in caso di disgrafia.